Qualche mese dopo il mio primo lavoro andai a lavorare per la macelleria più prestigiosa di Modica. Qualcosa di incredibile, c’era in gioco la mia reputazione e quella del proprietario dell’attività. Io assistevo al suo lavoro come un chitarrista sente un disco di Jimi Hendrix o come un tennista guarda i filmati di Andre Agassi.

Ammiravo come lavorava la carne, come gestiva i prodotti dentro le celle, come vendeva i suoi prodotti. Si muoveva con le lame come un maestro d’orchestra con la sua bacchetta. Volevo diventare come lui nel minor tempo possibile e quindi lavoravo a testa bassa, anche per dodici ore al giorno. Copiavo ogni suo movimento, tornavo a casa sfinito, ma felice.

Poi un giorno mi chiamò nel retrobottega.
«Che succede?» chiesi preoccupato. Ero convinto di aver fatto qualche casino.
«Lo hai capito che il filetto è uno dei tagli più pregiati, sì?»
«Sì sì, certo. È chiarissimo».
«E dimmi Diego, perché è così pregiato e costoso?»
«Perché è tenero, magro e privo di nervi»
«Perfetto. Però deve essere tagliato bene».
«Beh sì…» sudavo freddo. Il capo prese in mano un pezzo di carne.
«E questo filetto lo hai tagliato tu?»
«Sì…»
Lui sorrise e mi disse:
«Va bene».

Era un tipo di poche parole ma in quel sorriso c’era tutto. Da quel gesto capii che ero sulla strada giusta e che forse un giorno avrei potuto costruire qualcosa di mio.

Scopri le mie storie nel libro “Tagliato per la carne”.

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